Covid-19, cinque anni dopo
E’ difficile parlare delle prime settimane della pandemia da fine febbraio al fatidico 18 marzo 2020. Confusione e paura sono le prime parole che ricordo, soprattutto per noi personale sanitario (Infermieri, Medici, Oss). Quello che fece scatenare una grande preoccupazione fu il caso del Pronto Soccorso di Alzano Lombardo (BG), dove ci furono i primi casi di Covid-19: chiuso per poche ore, dissero che fu sanificato e poi riaperto. Iniziò il focolaio, come lo descrive bene la giornalista Francesca Nava nel suo libro. Negli ospedali iniziò il panico, c’erano pochissime mascherine e i vertici aziendali dicevano di usarle con parsimonia anche per non impaurire i pazienti e i visitatori. Intanto, le notizie e le immagini di quello che stava succedendo in Cina erano sempre più terrificanti e noi eravamo totalmente impreparati, senza nessun piano pandemico aggiornato.
Una sanità pubblica distrutta da anni di tagli e definanziamenti in cui è prevalso il modello Lombardo(pubblico/privato), dove però i finanziamenti andavano prevalentemente al privato. Tagli ai posti letto, riduzione dei posti di Terapia intensiva e distruzione della medicina territoriale. Così ci trovammo ad affrontare la Pandemia di Covid in modo inappropriato, senza DPI e carenza di respiratori artificiali, che si rivelarono fondamentali per salvare molte vite umane. Iniziò gradualmente il contagio tra il personale sanitario, che portò molti ad essere ammalati in modo grave fino alla morte di molti medici e infermieri. A marzo, con una lettera da parte di alcuni medici anestesisti dell’Ospedale Papa Giovanni 23° di Bergamo al ‘New England Journal of Medicine’, finalmente veniva dichiarato al mondo che a Bergamo l’epidemia era fuori controllo: si segnalavano le carenze dei DPI, ventilatori meccanici, ossigeno ecc.. Questo ha portato anche a dover scegliere purtroppo quali vite salvare in quei momenti difficili. Si criticava l’eccessiva ospedalizzazione, dovuta appunto alla carenza di medicina territoriale, l’ospedale diventava una fonte gravissima di contagio. Intanto, ci si trovava in balia di irresponsabili, dal Ministro della Sanità al presidente della Regione Lombardia, che non istituirono la ‘zona rossa’ ad Alzano Lombardo e nei paesi limitrofi, rimbalzandosi le accuse, mentre Confindustria premeva per far continuare a lavorare nelle fabbriche. Il 4 marzo iniziò il lockdown e il 18 marzo ci fu il trasporto di decine e decine di camion militari, che trasportarono le bare del cimitero di Bergamo verso altre città, mentre molti negazionisti mettevano in discussione la veridicità dell’accaduto.
Non aver avuto un piano pandemico “ha determinato l’utilizzo delle strutture ospedaliere solo per il Covid-19 – come ha affermato Silvio Garattini – e non si sono potuti realizzare interventi chirurgici urgenti, determinando un aumento dei morti per altre patologie”. Insomma, il caos.
I numeri del Ministero della Salute raccontano di una tragedia epocale: in totale, ci sono stati in cinque anni oltre 27 milioni di malati di Covid-19, di cui oltre 500mila tra il personale sanitario, con 379 decessi tra i Medici e circa 90 tra gli Infermieri. L’età media fra i pazienti, 45 anni: alla fine, sono oltre 197 mila i morti e quasi 26 mila i pazienti guariti.
Ma dopo 5 anni possiamo proprio dire che non è andato tutto bene: è stato fatto pochissimo anzi niente, non è ancora stato aggiornato il Piano Pandemico di cui solo in queste settimane è stata inviata una bozza alle Regioni. La sanità territoriale sarebbe dovuta essere il pilastro del SSN, ma le Case di Comunità sono state istituite senza personale, perché mancano medici di base e infermieri, con i Pronto Soccorso al collasso, liste di attesa che si allungano e che costringono i cittadini a rivolgersi alle cliniche private.
I dati parlano chiaro: tra il 2019 e il 2022 oltre 11 mila medici hanno lasciato il servizio sanitario pubblico. Tra il personale Infermieristico, dal 2021 al 2022 oltre 15 mila si sono dimessi volontariamente. E’ aumentato il personale sanitario cosiddetto “gettonista”, cioè personale assunto da cooperative in libera professione presso strutture pubbliche che, lavorando a ore, ottengono paghe molto più remunerative dei loro colleghi dipendenti degli ospedali, con pochissima responsabilità e a volte con scarsa esperienza di emergenza/urgenza.
La fondazione Gimbe afferma infatti che c’è stata una diminuzione della spesa sanitaria in questi anni e lo dimostra la carenza di personale sanitario: ad esempio in Italia il numero di infermieri è di 6,2 per 1000 abitanti, significativamente inferiore alla media europea.
Il Covid-19 ha avuto un devastante impatto sul lavoro degli infermieri, che sono stati in prima linea durante la pandemia e che hanno toccato con mano le fragilità del sistema sanitario nazionale, con turni lavorativi molto lunghi, rinunciando a volte a giorni di riposo, buttati allo sbaraglio con scarsa formazione contro un nemico sconosciuto. Ciò ha provocato aumenti di casi burn-out, stress mentale legato al maggior rischio di errore, con l’ansia di essere contagiati, che va oltre i disagi che sono stati percepiti dal resto della popolazione durante il lockdown.
Sicuramente c’è stata una riduzione di iscrizione ai corsi di laurea infermieristica ed oggi ne paghiamo le conseguenze.
Siamo passati in questi anni da “eroi” a scarsamente considerati professionalmente, con nessuna considerazione da parte del governo, che stanzia il 5,78% dei fondi per rinnovare il contratto della Sanità pubblica di fronte al 16% di inflazione: poco più di 50 euro mensili, una beffa.
Molta gente oggi non vuole più parlare di quel periodo, compresi coloro che vivono nella provincia di Bergamo, dove comunque è attiva l’associazione dei familiari delle vittime da Covid-19, che continua a chiedere giustizia.
E’ cambiato veramente qualcosa da allora? Rispondiamo con le parole di Silvio Garattini: “Se oggi avvenisse una nuova pandemia saremmo come nel 2020, perché non abbiamo preparato strutture e tecnologie per contrastarla in un modo efficiente”.
Giuseppe Saragnese
Infermiere Asst-pg23, Bergamo
Direttivo FP-CGIL Bergamo, Area ‘Le Radici del Sindacato’
Pubblicato il 11 Marzo 2025