Il “salva Milano”? Un vero disastro

 Al centro del convegno organizzato da ‘Le Radici del Sindacato’ alla Cgil di Milano il ‘decreto Salvini’ e il pericolo della speculazione edilizia senza controllo

La casa di via Gluck esiste in realtà ancora, raggiungibile in una decina di minuti a piedi dalla stazione centrale di Milano, ma non è più “in mezzo al verde”. Stretta com’è tra due palazzoni che la cingono come se fosse sotto arresto, di fronte a un cavalcavia ferroviario, si fa fatica ad immaginarla in mezzo alla tipica brughiera lombarda. Il blues disperato del molleggiato denunciava la speculazione edilizia del dopoguerra delle città industriali del nord. Eppure la crescita di Milano o di Torino, per quanto impetuosa e forse non perfetta, non fu senza regole.

Fondamentalmente la nostra urbanistica risale alla legge Bosetti Gatti del 1942, che introdusse la licenza edilizia, e a successive disposizioni del 1967 e del 1977. Per quanto l’impianto legislativo sia definito “obsoleto” dagli alfieri della liberalizzazione, secondo i suoi principi la crescita e lo sviluppo di una città ha innanzitutto una matrice democratica, dovendo passare dalla giunta e dal consiglio comunale, che si suppone antepongano gli interessi collettivi a quelli privati. Inoltre, i principi fondamentali a cui devono sottostare le regioni sono il diritto di costruire, l’onerosità della concessione e il programma di attuazione del PRG. Una città come Milano, dunque, crebbe con un piano regolatore, che cercava di definire uno sviluppo armonico tra aree residenziali, aree commerciali e produttive, e soprattutto servizi alla popolazione. Che oggi non ci sono più, o sono in via di privatizzazione, come si vuole fare delle piscine pubbliche milanesi. Ma non è solo questo il problema.

Ciò che mette in discussione tutto ciò è non semplicemente un super-condono, che per quanto discutibile non minaccerebbe i principi fondamentali, ma il decreto salviniano cosiddetto “salva Milano” che, oltre che a sanare obbrobri proposti in passato, metterebbe in discussione regole e ragionevolezza urbanistica del futuro. E non solo a Milano. Se oggi, per intenderci, è praticamente impossibile tirare su un grattacielo a Capri, in futuro in base al decreto qualcuno potrà ragionevolmente provarci. Per discutere di tutto questo Adriano Sgrò, componente dell’assemblea nazionale Cgil per l’Area ‘Le Radici del Sindacato’ e della RSU del Comune di Milano, ha organizzato e presieduto il convegno Salvare (davvero) Milano, che ha visto la partecipazione di un urbanista del calibro di Paolo Berdini, della giurista docente al Politecnico di Milano Maria Agostina Cabiddu e della giornalista Lucia Tozzi, oltre a una folta rappresentanza di comitati, parlamentari di opposizione e cittadini.

          Ma andiamo con ordine. Tutto nasce da un provvedimento di legge, voluto soprattutto dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, che denunciava il mancato introito di svariati milioni di euro dovuto al blocco di numerosi cantieri da parte della Procura, e sostenuto dalla Regione Lombardia. “Solo sei mesi fa, il Salva Milano era ineluttabile – spiega Gianni Barbacetto, firma di punta de ‘Il Fatto Quotidiano’, nella sua introduzione – ma era semplicemente una sanatoria. I reati che hanno bloccato i cantieri sono sanati, ma per il futuro si torna alle leggi. Questa impostazione però è stata cambiata dal sindaco, che non accettava di ammettere che i provvedimenti urbanistici degli ultimi dieci anni fossero fuori legge, ma che ha preteso una legge ex novo che ne sancisse la loro correttezza. In tal modo, le delibere di Giunta o le circolari degli ultimi anni di fatto prevalgono sulla legge e la riscrivono. Tale “rito ambrosiano” prevede di fatto che si possa costruire senza rito attuativo, costruire nei cortili, considerare “una ristrutturazione” la sostituzione di un vecchio magazzino con un grattacielo di 24 piani (la Torre Milano, ndr). La cosa è passata con ampia maggioranza alla Camera con i voti della destra e del PD, su richiesta del sindaco Sala, e procedeva spedita”.

Poi, prima del voto al Senato, per fortuna qualcosa comincia a incepparsi. I comitati cittadini si costituiscono e insorgono sempre più numerosi, non solo nel merito dei singoli provvedimenti, ma per cercare di ripristinare i principi democratici e la prevalenza dell’interesse collettivo che sono alla base dell’attuale legislazione. Ma se per qualcuno i comitati non sono altro che una massa di populisti ed estremisti, l’appello di 140 docenti, costituzionalisti e urbanisti in buona parte di area PD, è un autentico colpo di maglio alla coscienza del maggiore partito di opposizione. E anche nella destra comincia a serpeggiare qualche dubbio.

“Questa proposta di legge cambierà radicalmente il futuro delle nostre città – si legge nell’appello – rendendole sempre più congestionate ed elitarie. Toglierà ai Consigli Comunali il potere di controllare che i costruttori e i fondi immobiliari facciano l’interesse pubblico, e cioè realizzino, insieme ai nuovi palazzi, anche i servizi per la città, edilizia sociale, parcheggi, marciapiedi, piste ciclabili, parchi, scuole, biblioteche eccetera. Lo spazio urbano potrà essere occupato da edifici senza un disegno unitario, senza un piano, senza una visione di città, se non quella degli operatori e dei fondi immobiliari. Verrà inoltre ampliata a dismisura la categoria della ristrutturazione edilizia, nella quale rientreranno anche le nuove costruzioni senza alcun rapporto con quanto demolito, riducendo così di molto le disponibilità finanziarie dei Comuni per la realizzazione della parte pubblica delle città (…) Per questi motivi noi ci appelliamo ai Senatori della Repubblica affinché non approvino la proposta di legge numero 1309”

Una di loro è presente all’iniziativa. Agostina Cabiddu, docente di Diritto Pubblico presso il Politecnico di Milano, è un fiume in piena: “i principi statali della legislazione in materia, che stando alla Procura il comune ha violato più volte, sono chiarissimi. Non vi è nemmeno controversia giurisprudenziale, perché come capita assai raramente, tutti i giudici sono d’accordo. Corte Costituzionale, Consiglio di Stato, Cassazione. Mille volte hanno detto che la pianificazione deve essere graduale e attuativa. Non si può aumentare con un colpo di penna la cubatura di un territorio già urbanizzato, e se non fai pianificazione c’è un impatto negativo sulla popolazione, perché se tu metti un grattacielo in cui vivono novecento persone, queste hanno bisogno di servizi, come scuole o impianti sportivi, e tutto ciò non può essere affidata ad una semplice negoziazione pubblico privato. L’imprenditoria privata ha staff tecnici e legali che al momento l’amministrazione può solo sognare, ma se ci fosse volontà politica potrebbe essere messa nelle condizioni di poterlo fare, perché le professionalità ci sono. E per favore, non parliamo di retroattività, quando l’efficacia retroattiva di una legge va a favore solo degli interessi dei costruttori”

E così, nella sua puntuale analisi del decreto, si viene a sapere che un qualsiasi dirigente comunale può svegliarsi una mattina e cambiare la destinazione d’uso di un terreno o uno stabile, grazie alla paroletta magica “funzionale”. Ma un dirigente non è fonte del diritto, e per il momento e fino a quando non passerà la legge sull’autonomia differenziata, nemmeno una amministrazione regionale e le sue leggi possono avere il pieno governo del territorio, perché per fortuna prevalgono ancora per tutti principi legislativi di Stato costruiti con la saggezza e l’equilibrio che risale ai padri costituenti. Infine, una piccola chicca: secondo il decreto la Commissione Paesaggio si compone di 15 componenti, di cui 8 non devono essere in conflitto di interesse. Dunque, si ammette candidamente che gli altri 7 possano avere interessi economici nella definizione del parere. Il quale, peraltro, non è vincolante. E allora, grattacielo a Capri sia.

Davide Vasconi

Pubblicato il 18 Febbraio 2025