Società partecipate: una lettura antiliberista e meridionalista

Le compagne e i compagni dell’Area ‘Le Radici del Sindacato’ della Campania stanno promuovendo un’importante iniziativa di riflessione e proposta sulle Partecipate pubbliche

Nelle prossime settimane, come Area ‘Le Radici del Sindacato” Campania, stiamo programmando un’iniziativa di riflessione e proposta sulle Partecipate pubbliche, e le note che seguono sono un contributo aperto a suggerimenti e considerazioni, tenendo presente che ci soffermiamo sulle Partecipate di Regioni ed Enti locali; sviluppato in due parti (la prima di carattere generale, la seconda invece si soffermerà su quanto accade a Napoli e Campania). Anticipatamente siamo grati a compagn* che hanno impegnato la loro energia in questo contributo, che punta a tenere ancora alta l’attenzione in difesa del Servizi Pubblici.

a)       Breve excursus dal “Piano Cottarelli” all’attuale situazione: la crescente politicizzazione della “razionalizzazione”.

Nelle PP.AA. è in corso, in queste settimane, una delle periodiche “razionalizzazioni” (rectius tagli) delle Partecipazioni Pubbliche previste dal Testo Unico del 2016 (TUSP).

In questo primo paragrafo, facendo riferimento a dati pubblicati abbastanza recentemente dal Mef, dall’ ISTAT, dall’ IFEL Campania e dall’ Osservatorio Italiano sulle Partecipate Pubbliche , cerchiamo di dare un inquadramento generale e con aspetti strutturali del fenomeno Partecipate per come si è andato configurando nell’ultimo periodo rilevando anche i divari territoriali del Paese.

Sempre per un inquadramento complessivo – dall’ultimo report ISTAT sulle Partecipate sinora pubblicato (febbraio 2024) – apprendiamo che, a livello nazionale, abbiamo 886.123 addetti di cui 422.559 sono di Partecipate locali ossia il 47,7% del totale di riferimento.

E’ appena il caso di ricordare che i meccanismi di razionalizzazione delle partecipazioni societarie normativamente – tanto per cambiare…- sono il risultato dell’attuazione di una delle deleghe previste dalla “legge Madia” dal nome dell’allora Ministra per la semplificazione e la P.A. di un esecutivo di centrosinistra (Governo Renzi).

Il TUSP formalizza, per buona parte dei suoi contenuti, un percorso che ha avuto una svolta in quello che venne definito il “Piano Cottarelli” presentato nell’agosto 2014 dal Commissario alla revisione della spesa (spending review) dell’epoca, dove si proponeva una drastica riduzione delle Partecipate accompagnata da una martellante campagna di stampa contro le aziende pubbliche pesantemente accusate di sprechi, scarsa produttività, clientele e chi più ne ha più ne metta, che aveva già avuto una prima traduzione normativa in un provvedimento di fine 2014  con cui si stabiliva un primo piano operativo di razionalizzazione da concludersi con apposita relazione sui risultati conseguiti entro il 31/03/2016.

Nel TUSP è stata prevista un’altra “revisione straordinaria” delle Partecipate, conclusasi nel settembre 2017, che nelle Regioni meridionali è stata particolarmente incisiva;

ad esempio, in Campania – dai dati di un’indagine IFEL – emerge che l’azione di razionalizzazione ha riguardato ben 89 partecipazioni dove, tra l’altro, ci sono state 22 liquidazioni e 16 cessioni.

La rilevanza di questo dato si incrocia col fatto che in Campania, come in altre Regioni meridionali, gli Enti locali siano stati “alle prese con un processo di razionalizzazione delle proprie partecipazioni indipendentemente dalle norme previste dal Testo Unico”.

In altri termini, la spinta a questa razionalizzazione delle Partecipate si trova, in vari casi, all’esterno delle singole aziende ed è dovuta, soprattutto, alle condizioni della finanza locale; infatti è noto, tra l’altro, che il maggior numero di Comuni in dissesto finanziario o in riequilibrio finanziario pluriennale si trovano in Campania e altre Regioni meridionali.

Questo dato emerge con ancora maggior chiarezza dalla recente pubblicazione (gennaio 2025) dei dati dell’ultimo “Rapporto sulle Partecipazioni delle Amministrazioni pubbliche” a cura del Ministero dell’Economia e Finanze-Dipartimento dell’Economia.

Emerge infatti che su 4.858 Società facenti parte del perimetro TUSP, quelle attive sono 3.805 corrispondenti al 78% ma se disaggreghiamo il dato tra le due Circoscrizioni del Centro-Nord e del Sud ci accorgiamo che non siamo lontani dalla nota media del “pollo di Trilussa”.

Infatti, la disaggregazione territoriale del dato nazionale ci serve per far uscire fuori un dato politico-sociale che altrimenti non emergerebbe con la dovuta chiarezza: nelle 12 Regioni del Centro-Nord ben 9 sono al di sopra della media nazionale delle Società attive con punte particolarmente elevate nelle tre Regioni a statuto speciale (96,04% in Trentino-Alto Adige/Sud Tirolo; 94,64% in Valle d’Aosta, 90,28% in Friuli-Venezia Giulia) mentre per le 8 Regioni che, di solito, vengono inserite nella circoscrizione meridionale  nessuna di esse supera la media nazionale con una punta particolarmente bassa di Società attive in Molise (appena il 47,92%) così come ben al di sotto della media nazionale sono anche le due Regioni a statuto speciale della Sardegna (68,91%) e della Sicilia (58,41%) in questi ultimi due casi si conferma che la diversa forma giuridico-istituzionale non è sufficiente a cambiare  lo sfavorevole contesto socio-economico; per quanto riguarda la Campania si è al 61% circa di Società attive. 

Ciò, di conseguenza, significa che il numero di Società inattive, con procedura concorsuale o in liquidazione, è ben più elevato nel Meridione: con una media nazionale del 2% di Società inattive tutte le Regioni meridionali hanno un dato superiore e si va dal 3,2% di Società inattive della Puglia (corrispondenti a 8 Società in termini assoluti) al 7,5% della Sicilia (corrispondenti a 21 Società in termini assoluti).

La Campania ha il 5,77% di Società inattive (corrispondenti a 19 Società in termini assoluti).

Passiamo ora alle Società in procedura concorsuale.

A livello nazionale sono il 6% corrispondenti a 298 Società in termini assoluti, nel Meridione, invece, buona parte delle Regioni sono sensibilmente al di sopra di tale dato come, ad esempio, la Calabria col 15,07% (corrispondenti a 22 Società), la Campania col 10,81% (corrispondente a 36 Società), la Sicilia col 10,11% (corrispondenti a 28 Società).

Per le Società in liquidazione, si conferma, ovviamente, il “primato” meridionale con punte di notevole distacco dalla media nazionale che è del 13% corrispondenti a 638 Società; infatti nel Molise abbiamo il 31,25% (15 Società), in Sicilia il 23,83% (66 Società), in Basilicata il 25,45% (14 Società), in Campania il 22,52% (75 Società).

Una conferma della diversa situazione territoriale del sistema Partecipate viene anche dall’ISTAT che nella sua ultima pubblicazione (febbraio 2024) oltre a rilevare che dal 2012 al 2021 il numero delle Partecipate attive si è ridotto del 25% e tra il 2020 e il 2021, ultimo anno della rilevazione, si ha una variazione a livello di ripartizione territoriale tra il – 2,1% al Sud e il + 4,3% del Nord-ovest dove si registra anche un incremento degli addetti (+6%).  

Rispetto al raffronto per numero degli addetti in singole Regioni occorre far riferimento alla citata pubblicazione ISTAT del febbraio 2024 che si ferma con la rilevazione al 2021 da cui in Campania risultano 20.631 addetti, in Sicilia 19.735 che rappresentano, in entrambi i casi, un numero minore rispetto a quello rilevato, alla medesima data, in Regioni con una popolazione inferiore (ad esempio in Emilia-Romagna risultano 62.989 addetti, in Veneto 31.248, in Toscana 47.158). Per quanto non molto aggiornato, il dato è comunque orientativo ed è una conferma delle diversità esistenti sul piano territoriale del sistema Partecipate.

Altro dato rilevante è quello relativo alla retribuzione lorda per dipendente: nel Sud e nelle isole è più bassa che nelle altre ripartizioni territoriali.

Infatti, al Sud è di € 31.952, nelle isole è di € 29.695 mentre al Centro è di € 40.257, al Nord-Ovest di € 40.089 e al Nord-Est di € 38.638, insomma tra le ripartizioni Sud-isole e le altre tre esistono delle gabbie salariali di fatto.

Il percorso delle periodiche revisioni delle Partecipate è stato ulteriormente portato a sistema dal governo Meloni col decreto attuativo della delega in materia di servizi pubblici locali contenuta nella legge annuale per la concorrenza dove la razionalizzazione per le Partecipate dei servizi pubblici a rilevanza economica è diventata ancora più stringente, coordinandola con quella prevista dal TUSP.

E’ evidente che l’inserimento del riordino della normativa sui servizi pubblici locali all’interno della legge sulla concorrenza rappresenta un classico esempio di prevalenza della costituzione materiale su quella formale dove non è più il privato a dover rispettare la “funzione sociale” del proprio intervento (art. 42, co. 2, Costituzione) ma sono le aziende pubbliche erogatrici di servizi che devono conformarsi alle leggi di mercato.

Purtroppo questo aspetto nei vari livelli delle relazioni sindacali sembra scontato e spesso non è oggetto di contestazione sia per un’eccessiva passività verso il quadro normativo liberista sia perché ci si concentra soprattutto sulla lotta alle conseguenze antisociali della privatizzazione dei servizi solo quando essi vengono affidati ad un privato senza cogliere il nesso che la privatizzazione dei criteri dell’intervento pubblico è l’anticamera del successivo e progressivo affidamento del servizio al vero e proprio gestore privato.

Infatti, rendere sistematica e ricorrente la “razionalizzazione” ha lo scopo di tenere sotto stress il sistema mirando progressivamente a tagliare o svuotare dall’interno quella che è una forma di intervento pubblico nell’economia alzando volta per volta l’asticella degli obiettivi da raggiungere che sono sempre meno quelli di fornire un servizio all’utenza e sempre più di reggere la competitività in nome del mercato.

In realtà, si tratta di un processo che ha, ormai, origini abbastanza lontane affondando le sue radici negli anni novanta del secolo scorso quando con lo smantellamento delle Partecipazioni statali si passa progressivamente dallo “Stato imprenditore” allo “Stato regolatore” e la conseguente nascita delle Authority, non a caso, ad esempio, la nascita dell’Autorità di regolazione per Energia, Reti e Ambiente (determinante nell’attività delle Aziende pubbliche locali dei rifiuti e dell’acqua) è stata istituita nel 1995.   

Nello specifico delle revisioni periodiche, andandosi aldilà di un normale monitoraggio sugli indici di efficienza, efficacia ed economicità delle Aziende, ogni volta occorre giustificare i modelli gestionali scelti dall’Ente con particolare riferimento agli affidamenti in house a partire da quelli residualmente affidati ad Aziende Speciali.

Nel caso del Meridione la finalità liberista del meccanismo ordinario messo in moto, con la maggior incidenza dei processi di razionalizzazione, segna, anche per questa strada, un maggior arretramento dell’intervento pubblico proprio nelle Regioni più deboli del Paese confermando che le difficoltà economico-finanziarie sono adoperate per far meglio avanzare il processo di privatizzazione dei servizi (Grecia docet).

Area ‘Le Radici del Sindacato’ CGIL Campania

Pubblicato il 31 Marzo 2025